Come altri 600 colleghi, è stato incentivato ad andarsene e
alla fine messo in mobilità. Ha vissuto quest’esperienza come «una sconfitta
personale, un marchio d’infamia, una mazzata alla propria autostima». Nei
giorni scorsi si è messo al computer e ha scritto «Lettera a un’azienda mai
nata», tre cartelle-sfogo in cui si racconta la crisi dell’ex ceto medio che
vede rompersi «il patto di rispetto tra me e il mondo del lavoro», che
capirebbe se vedesse i suoi colleghi delusi rigare l’auto dei dirigenti o
portarsi a casa la carta della fotocopiatrice. «Questa vicenda ha rotto la mia
e la nostra sicurezza psicologica - scrive Ferrari -. Io, figlio di imprenditori
e con feroce antipatia per tutto ciò che contiene la parola
"sindacale", io che ero felice di avere doveri verso il mio datore di
lavoro, mi ritrovo oggi iscritto a un sindacato, a discutere di diritti e di
striscioni scritti in un terribile gergo sessantottino».
Fittipaldi:
La storia di Ipse 2000 è sicuramente un caso limite. Che si taglino posti di
lavoro qualificati nella telefonia fortunatamente fa ancora eccezione. La
stragrande maggioranza di quelli che eravamo abituati a chiamare colletti
bianchi e oggi potremmo definire ex ceti medi sono usciti dai settori maturi -
auto in testa - o dalle aziende delle vecchie Partecipazioni statali ormai
privatizzate. Ma è tutta la condizione delle classi medie che sta cambiando.
Nel primo semestre dell’anno in corso sono stati 30 mila i negozi al dettaglio
che hanno definitivamente abbassato le saracinesche e di questi solo la metà lo
ha fatto perché aveva superato i 60 anni, gli altri perché mercato e
concorrenza li avevano messi in fuorigioco. Persino il bancario, il marito che
ogni buon padre di famiglia italiano avrebbe voluto per la propria figlia, non
è più quello di 10 anni fa. Sono circa 23 mila i cassieri, gli sportellisti e
i contabili che hanno firmato il prepensionamento da concretizzarsi entro un
paio d’anni. Solo Banca Intesa ne ha messi fuori 5.700 e il gruppo S.Paolo
circa 3 mila. E all’Aler, l’ex istituto della case popolari di Milano, non
credevano ai loro occhi. Spulciando tra le richieste di affitto hanno trovato
moduli riempiti da bancari, impiegati e dipendenti dell’azienda tramviaria che
solo fino a qualche anno fa non avrebbero mai pensato di dover ricorrere agli
alloggi popolari. «Una volta era sufficiente stare in banca per godere di
privilegi - spiega Marcello Tocco, segretario generale della Cgil di categoria
-. Oggi con la nascita delle banche telefoniche e dei call center le mansioni
tradizionali vengono ridisegnate. E per chi resta dentro, il lavoro è
assimilabile a quello industriale».
BIANCHI E VULNERABILI - Costanzo Ranci insegna al Politecnico di Milano ed è
forse lo studioso che con maggior cura sta seguendo il fenomeno. Ha pubblicato
qualche mese fa un voluminoso studio sulle «nuove disuguaglianze sociali in
Italia». Il succo è che i vecchi ceti medi, asse portante del consenso
politico nella Prima repubblica, si scoprono «vulnerabili». Assistono attoniti
a una perdita progressiva di status, a un peggioramento della loro posizione
sociale, a una diffusione dell’incertezza che alimenta l’ansia. I loro
stipendi hanno camminato come una tartaruga mentre gli affitti hanno corso da
lepre, non ci sono più i Bot d’una volta e basta un evento straordinario - il
più frequente è la separazione coniugale, ma lo sono anche lo sfratto e la
malattia grave di un congiunto - a far retrocedere ai limiti della povertà la
condizione della famiglia-tipo dell’ex ceto medio. Ancora non siamo arrivati
ai colletti bianchi che fanno la fila ai punti d’ascolto degli psicologi della
Caritas, ma spesso non avviene solo per vecchi orgogli. Accade che le mogli
separate di impiegati preferiscano rivolgersi alle parrocchie («stanno
diventando le vere centraline del cambiamento» avverte Fiorenza De Riu, della
Caritas) per chiedere alloggio & lavoro e nelle grandi città il fenomeno si
ripete con una frequenza preoccupante. Ranci ha anche studiato la mappa
geografica della vulnerabilità e ha scoperto come «l’area maggiormente
toccata non è il Mezzogiorno ma il Nord Ovest». Se nel Sud il reddito è
sicuramente più basso, nell’ex triangolo industriale una famiglia su cinque
soffre di «disagio abitativo» e dell’impossibilità di risparmiare. Il ceto
medio d’una volta, invece, aveva la casa di proprietà quasi per definizione,
anche se acquistata a prezzo di sacrifici e della cessione del quinto dello
stipendio. I Bot, poi, dai primissimi anni Ottanta fino alla metà dei Novanta
hanno assicurato a impiegati, insegnanti e artigiani un secondo stipendio.
Per cento milioni di vecchie lire investite nei suoi titoli lo Stato pagava ai
sottoscrittori anche 10 milioni l’anno. Tutto questo non c’è più.
CI PROVO CON IL NEGOZIO - Il sociologo Massimo Paci, ex presidente Inps, studia
da anni i mutamenti della stratificazione sociale e osserva come i cambiamenti
in corso spiazzino le previsioni fatte in un passato anche recente. Si pensava
che passando dalla società industriale a quella dei servizi crescesse il ceto
medio e invece si sta formando una sorta di «quarto stato» dei servizi. Un
ceto medio declassato che continua a fare un lavoro non manuale ma guadagna
poco, non ha posto fisso ed espleta mansioni a basso valore aggiunto. I
professori a contratto e i ricercatori dell’università La Sapienza di Roma
per definire la loro condizione hanno coniato il termine «cognitari»,
proletari del cervello. Raccontano come un corso universitario di un docente a
contratto possa essere pagato anche solo 200 euro e un ricercatore universitario
in attesa di conferma porti a casa 1.100 euro al mese. In questa condizione di
incertezza in molti pensano di pescare il jolly aprendo un negozio. Il turnover
commerciale è frenetico, serrande che chiudono e serrande che riaprono con una
nuova gestione. Gli impiegati e i quadri espulsi dalle ristrutturazioni
dell’industria, età media 55 anni, aprono un punto vendita investendo la
liquidazione. Grazie alla liberalizzazione oggi aprire un negozio al di sotto
dei 250 metri quadri richiede meno capitali di prima. Con 20 mila euro in
contanti e tutto il resto a credito ci si improvvisa commercianti. Nel primo
semestre del 2003 sono stati aperti in Italia oltre 27 mila punti vendita. In
maggioranza bar. In viale Marconi, nel quartiere Eur di Roma, la licenza di un
bar con enalotto e totocalcio nel breve arco di soli 12 mesi ha cambiato per ben
tre volte proprietario. Il prezzo viene contrattato sul numero di caffè serviti
ogni giorno, perché è la tazzina il prodotto che consente i maggiori margini
di guadagno. Purtroppo però uno su cinque ce la fa, solo il 20% degli aspiranti
commercianti regge all’urto della concorrenza, il resto fallisce o finisce
vittima degli usurai che conservano larghi spazi di manovra. «Il tentativo di
improvvisarsi gestori di un punto vendita dura in media quattro anni - dice
Carlo Mochi, direttore dell’ufficio studi della Confcommercio -. Spesso
iniziano con un forte indebitamento e senza conoscere il mestiere. I lunghi
orari di apertura, la necessità di fare continui investimenti per sviluppare e
rendere attraente il negozio fanno il resto».
SEPARARSI COSTA - Accanto alle insidie del mercato c’è una nuova iattura che
si sta abbattendo sui ceti medi: il boom delle separazioni. I vecchi equilibri
familiari non tengono più e la società italiana si americanizza. Fino agli
anni ’90 in Italia a rompere la convivenza uxoria erano i ricchi, ora invece
lo fanno con maggior frequenza come negli States le classi medie, che così
firmano la loro condanna, accelerano la loro mobilità sociale discendente. Nel
2001 su circa 76 mila separazioni ben 34 mila hanno riguardato impiegati e
lavoratori autonomi. La separazione è una duplicazione dei costi, in primo
luogo degli affitti. Le storie che racconta Elena Coccia, avvocato divorzista di
Napoli - dove peraltro ci si separa di meno che in Liguria ed Emilia-Romagna -
hanno una costante: l’impoverimento dei due litiganti. Enrico B., insegnante,
sposato con un’impiegata statale, due figli, stipendio 1.400 euro, dopo la
separazione ha continuato a pagare metà del mutuo acceso per l’ex casa
familiare, gli alimenti per i figli e l’affitto per una casa da single per sé.
Dopo un po’ non ce l’ha fatta e sta pensando di tornare a casa dei genitori.
Anche per Claudio F., medico con 2.700 euro di stipendio, moglie casalinga e due
figli, le cose non sono andate meglio. Ha dovuto rinunciare alla casa e al 40%
della retribuzione. Paradossale, infine, la storia di Antonello M. e sua moglie
Carla. Non si sono impoveriti causa separazione, si sono separati causa
impoverimento. Lui laureato in Economia ha perso il lavoro in banca, lei non
lavora. Occupazioni alternative, nemmeno saltuarie, non ne hanno trovate e pur
non dicendosi «addio» hanno chiuso la casa comune e ciascuno è tornato alla
propria famiglia d’origine.